sabato 13 dicembre 2014

Volo, me la faccio sotto e atterro

In volo da Londra a Venezia, sopra le Alpi © Luca Ferrari
Ho volato e volerò ancora. Nel mio bagaglio a mano però, lei non manca mai: la cosiddetta “cacarella”. Storia di un anomalo trasvolatore.

di Luca Ferrari

A ridosso del natale 2003 m'imbarcai all'aeroporto Amerigo Vespucci di Firenze destinazione New York Newark. Neanche tre anni dopo me ne andai dalla parte opposta del mondo, a Bangalore in India. Passa qualche anno durante i quali scorrazzo su e giù per l'Europa a fare reportage di viaggi ed eccomi di ritorno negli States, raggiungendo questa volta l'amata Seattle. Quindi pochi mesi fa riprendo il largo dei cieli, sbarcando sull'isola di Cuba. Liberi di non credermi, ma io non amo “particolarmente” volare. Anzi, ogni volta che parto sono alquanto nervoso.

Lo stress della partenza. Le prime curve nel cielo. I classici vuoti d'aria più o meno forti in fase di atterraggio. Volare non è per tutti. Per la maggioranza non è nulla di diverso dal prendere un autobus, per altri è uno sforzo immane (celebre il caso dell'ex-calciatore olandese Dennis Bergkamp che ne aveva talmente paura che non partecipò mai alle trasferte dell'Arsenal qualora si prendesse un aereo). Io appartengo alla terra di mezzo. Volo, e tanto anche, ma sono sempre alquanto agitato.

La mia attività di trasvolatore dei cieli è iniziata nel giugno 1992, atterrando nell'allora aeroporto Punta Raisi di di Palermo, oggi dedicato ai giudici assassinati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Già, Falcone. Arrivai in Sicilia neanche un mese dopo la sua barbara esecuzione  di stampo mafiosa. Un viaggio che non potrò mai dimenticare, così come la partenza per la quale rischia lo svenimento da paura quando il velivolo di Alitalia prese possesso dello spazio celeste.

Fu l'inizio. In fede però posso confidarvi che nei voli successivi non ebbi lo stesso reverenziale timore del vuoto, anzi. Di nuovo Sicilia, Parigi e la mia prima calata londinese furono ordinaria amministrazione. Quel viaggio in terra britannica (cui ne seguirono negli anni altri dieci fino a oggi), settembre 1997, fu a dir poco tranquillo. Prima volta che viaggiavo da solo in aereo. Da solo si fa per dire, pieno di cassette a farmi godere il panorama senza problemi dall'alto.

Passano cinque anni e ritorno nella City ma qualcosa s'è alterato. Volare inizia a prendere nuovi significati. E se qualcosa dovesse andar male? Ho solo 26 anni ma di vita alle spalle sento di averne già abbastanza e posso dire che non tutto è andato come avrei voluto. Stesso pensiero che provo ancora oggi, dodici anni dopo (così evito di scrivere l'età che ho, ndr). Ogni volta che parto sono sempre (troppo) a pensare a tutto quello che non ho ancora fatto.

Non che con la macchina alle volte non ci sia da sudare, ma è la sensazione dell'alto che mi manda nel panico (idem in seggiovia). E poi c'è la partenza. Quella è la peggio. Quando il velivolo è ormai lanciato sul rettilineo sono sempre a ripetermi nella mente “... e tira su questa carabattola!”. Poi a un certo punto sento che i miei piedi non hanno più la percezione della terra e allora, con lo sguardo dalla parte opposta al finestrino, rimango in costante stato di stress fino a quando il mezzo non si piazza orizzontale e le hostess iniziano a servire la “merenda” il che significa che è tutto tranquillo. Più o meno. Apro il pc. Mi guardo qualcosa, scrivo.

Ma in quei momenti di panico sotto silenzio, che si può fare? Nulla. Ormai si è in ballo. Spremuto fino al limite del consentibile l'mp3, passo poi a qualche giochetto mentale. Da irriverenti ma rilassanti frasi di amici, a ricordi più variegati passando per citazioni cinematografiche, su tutte le gag dei due trasvolatori Bud Spencer e Terence Hill alle prese con lo spiritosone di turno che li sbeffeggia per essere precipitati vivi nel Maranhão (rif. Più forte ragazzi). E ovviamente non manca il classico, “se tutto va bene, prometto che cambierò...” sapendo benissimo che ciò non accadrà.

Ultimo acquisto delle mie tecniche anti-stress, immaginare una persona che m'ispira fiducia che mi parli nella mente garantendomi che tutto andrà bene, che non stiamo facendo nulla di particolare e così via. Chi è questa persona? L'ex-allenatore di calcio Fabio Capello. Non l'ho mai incontrato e non sono tifoso nè del Milan nè della Juventus, ma quell'uomo mi ispira sicurezza.

Perché volo allora? Perché insisto a prendere aerei? Sarò banale ma la risposta è la più semplice che esista: perché voglio vedere il mondo e anche se fremo ogni volta che inizio anche solo a pensare alle ore che passerò sopra le nuvole, non voglio certo lasciare alle mie paure il gusto di impedirmi di muovermi. Perché poi, una volta atterrato e con in bocca quella fantastica sigaretta post-stress (dicasi la cicca della vecchia, prossimamente su questo magazine), ti rendi sempre conto che ne è valsa davvero la pena. If you want to be hero, well just follow me...

Più forte ragazzi, a ripensarci in volo ci si rilassa...

Venezia, aeroporto Marco Polo - in partenza per Monaco © Luca Ferrari
Il velivolo sta già correndo verso Monaco © Luca Ferrari
A bordo nei cieli © Luca Ferrari
Partito da Milano, inizia a vedersi la Danimarca © Luca Ferrari
Partito da Copenaghen, inizia a vedersi la Svezia © Luca Ferrari
Partito da Copenaghen, ormai sono sopra la visibile Italia © Luca Ferrari
Partito da Milano, si vedono le pale eoliche della Danimarca © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, sto sorvolando le Alpi © Luca Ferrari
Partito da Bergamo, l'aereo sta frenando all'aeroporto di Goteborg © Luca Ferrari
Partito da Londra-Gatwick, eccomi atterrato a Venezia © Luca Ferrari

martedì 9 dicembre 2014

Sticky Walnut, tu il buon cibo lo conosci

Sticky Walnut, rombo con riso di zucca © Luca Ferrari
Non si vive di solo cheese-burger in Inghilterra. Se si avesse la fortuna poi di "pascolare" in quel di Chester, le specialità dello Sticky Walnut vi attendono.

di Luca Ferrari

“Questo (locale) mi è nuovo, non ci ho mai mangiato prima”. Può sembrare assurdo, ma a dispetto di una frequentazione ormai quinquennale della città di Chester, non mi ero ancora accomodato allo Sticky Walnut. Il contatto finalmente c'è stato, in un freddo sabato sera di dicembre con le luci natalizie di Charles Street ad augurare a tutti un costante Merry Christmas.

Una volta aperta la porta, il calore, in senso proprio letterale, è subito avvolgente. Da maglione e cappotto si resta in banalissima camicia (bagno escluso). Il locale è a due piani ma i coperti sono limitati, esattamente come le portate del menù, direttamente proporzionali alla bontà delle suddette. Spazi ristretti in cui le giovani cameriere saettano instancabili.

Ricette elaborate ma non per questo tronfie. Si spazia tra pesce e carne con scelte interessanti anche tra gli antipasti, preceduti da una soffice e oliata focaccia al rosmarino. Consigliabile il rombo (roasted brill) con riso di zucca, tanto gustoso quanto delicato. Un posto da farci ritorno. Magari in un'occasione speciale come un compleanno, comunque in compagnia. Cheers!

Sticky Walnut (Chester),  il pesce haibut © Luca Ferrari
Charles Street (Chester),  addobbata per natale © Luca Ferrari

venerdì 28 novembre 2014

Il tempo della torta di mele e carote

Una torta di mele e carote appena sfornata © Luca Ferrari
L'autunno è arrivato. I banchi del mercato traboccano di mele e carote. Nulla di meglio di unire le loro forze e sfornare una soffice torta.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – content writer

Non c'è lunedì mattina (o quasi) che non mi prenda un'oretta per andare al Mercato del contadino a Venezia, a ridosso del pontile di S. Marta. Lì, uno dei miei banchi prediletti è quello della frutta e verdura dal quale torno sempre a casa con una decina di grosse e succose mele, di norma quelle rosse. Ora che siamo in autunno però, è periodo anche di carote e dalle mie parti (la mia cucina) ciò significa una sola cosa: torta di mele e carote.

In mancanza dello strumento più adatto (e veloce), per sminuzzare le carote ricorro alla cara, vecchia e faticosa grattugia, quella per il grana per capirci. Con le mele vado più veloce a togliere la buccia con un piccolo ma efficace arnese. Sarebbe meglio parlarne al singolare visto che mi è sufficiente un unico grosso e succoso pomo. Per fare una torta più soffice, alterno la classica farina 00 a quella di riso. In questo caso il dolce sarà per due persone, quindi 100 grammi ciascuna, il tutto accompagnato da un uovo, 200 grammi di zucchero, 100 grammi di olio di semi, 150 ml. di latte intero e una mezza bustina di lievito.

Per esperienza non metto frutto e ortaggio insieme. Prima sbatto (elettricamente questa volta) farina, latte, uova. Poi una seconda volta con le carote dentro. Dopo aver ottenuto una buona amalgama ci aggiungo le mele. Un'altra bella rimescolata e infine zucchero e lievito. Lo ammetto, la cannella sarebbe stato il tocco di classe ma ne sono sprovvisto. La voglia di torta di mele e carote è venuta all'improvviso e questo è l'unico ingrediente che non avevo in casa. 

Nel frattempo la mia tortiera è bella unta a dovere con farina e posso travasarvi tutta la massa, destinazione forno a 180 gradi per 40 minuti di letargo previsti. Meglio mettere la sveglia perché so già da ora che inizierò a guardami un film che mi prenderà, e me ne dimenticherò alla grande (maremma mugnaia!). Attendo in attesa che la dolcezza faccia il suo corso. In attesa che la signora torta di mele e carote possa presentarsi in tutta la sua più gustosa e soffice essenza, per farmi vivere qualche indimenticabile colazione casalinga.

Farina, uovo e zucchero... si comincia a fare la torta © Luca Ferrari
Mele, carote, e primi sbattimenti © Luca Ferrari
L'impasto della torta di mele e carote © Luca Ferrari

...la futura torta di mele e carote pronta  per il forno © Luca Ferrari
Ecco la torta di mele e carote © Luca Ferrari
Ecco la torta di mele e carote. Io ho già dato, qualcuno vuole favorire? © Luca Ferrari

sabato 18 ottobre 2014

La mia incredula e stancante Cuba

Cuba, on the road verso la Baia dei Porci © Luca Ferrari
Natura. Città “rivoluzionarie”. Spiagge cristalline. Uno spiacevole incidente sull’Autopista. Pensieri irregolari. Il ritorno infinito. Questa è la mia Cuba.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – content writer

Ci sono mete che ti restano dentro anche se per tutto il tempo che eri lì hai pensato spesso ad altro. Ci sono viaggi che hanno bisogno di tempo, solitudine e confronti per essere metabolizzati. Sono andato a Cuba con il mezzo rimpianto di aver rinunciato a tornare in Canada. Sono andato a Cuba già innervosito all'idea di non poter utilizzare internet quanto avrei voluto. Sono andato da Cuba senza essere toccato da alcuna rivelazione politica. Una volta tornato a casa però, nel mistero delle notti, mi sono accorto di averla sognanta assai. E fu così che iniziò un nuovo viaggio.

Cuba, i Caraibi. Un viaggio parecchio lontano. Fatto a scalo a Parigi da Venezia, restavano solo 9 ore prima di atterrare a l’Avana. Un volo a dir poco perfetto se non per gli ultimi 15 minuti dove l’abnorme massa nuvolosa sopra la capitale mi regala un susseguirsi di vuoti d’aria mai provati prima, e che spero vivamente di non ripetere più. Smaltito lo stress, il taxi mi porta nel cuore della zona antica, l’Avana Vecchia, presso una casa particular in precedenza prenotata.

L'odore sentito appena uscito all'aeroporto Josè Martì mi riporta all'India. Davanti a me un mondo di cui non so nulla. Il mio gps mentale è stordito. La stanchezza del volo e fuso orario sono solo un pretesto per giustificare questa valanga di sensazioni sballottate e sballottanti. Alzo gli scudi ma è tutto inutile. Ormai sono qua. Assorbo tutto quello che posso. Fino a qualche giorno fa ero che passavo di sala in sala alla Mostra del Cinema, ora sono alla scoperta di questo spicchio di America centrale.

È sabato sera e la gente se ne va in giro. Non solo turisti. Le pochi luci dei vicoli dell'antico quartiere aumentano la difficoltà ad appropriarsi di quanto mi si prospetta tutt'attorno. Affidato alle guide Routard mi siedo in un localino dove la mia compagna di viaggio beve il primo vero mojito (un consiglio a chi lo ordina in Italia, non ordinatelo. Non è neanche un suo lontano parente). Fatico a credere di essere dove la cartina mi indica. No, sul serio. Ho attraversato l'Atlantico e sono in un'isola che negli anni Sessanta stava per essere la miccia della III Guerra Mondiale.

Resto a l'Avana tre giorni prima di cominciare a scorrazzare tra l'ovest e l'est dell'isola. Il sole mi bastona per bene. Gli slogan della Rivoluzione dell'ormai lontano 1959 sono quasi soffocanti. Castro e il Che sono ovunque. La fiera bandiera cubana sventola gigante nel palazzo che ospita il Museo della Rivolucion. È un viaggio nella Storia di questo paese. Tra contraddizioni e bottiglie d'acqua vitali per proseguire il cammino, ogni notte guadagno un'ora sul jetlag che ancora mi condanna a una stanchezza non indifferente.

Abbandono la capitale. Sopperendo alla mancanza di una dettagliata cartina stradale e la quasi totale assenza di cartellonistica on the road (allucinante!), raggiungo tutte le mete grazie ai sempre disponibili cubani che indicano gentili la direzione richiesta. Passo così dalla spiaggia di Cayo Levisa (preclusa agli autoctoni) al verde sconfinato di Vinales, insieme ai campesinos. Un mondo dove i maialini sono alla stregua di animali domestici e non vivono nella sporcizia come invece accade troppo spesso in Occidente.

Giungo nella celeberrima Baia dei Porci, dove l'acqua è cristallina e giganteschi granchi attraversano la strada di notte. Faccio tappa a Playa Giron dove nell'omonimo museo viene raccontata con immagini, reperti e un cine-filmato l'aggressione americana a Cuba con annessa risposta vincente del popolo e Fidel. Poi ancora in viaggio, tra le stradine di Trinidad e i tramonti di Playa Ancon, fino a una nuova fuga verso le palme di Cayo Guillermo. Lì nel mezzo, una degna sosta al mausoleo di Che Guevara a Santa Clara.

Questi i nomi delle principali località che ho visitato. Lì nel mezzo, chilometri e chilometri di storia e vita vissuta. Temporali improvvisi di pochi e più minuti. Le sontuose aragoste mangiate nelle case particulares. La scoperta che in mancanza di bancomat (pochi), si ritira contante nelle agenzie di cambio con la carta di credito. Le strade (tutte) attraversate da pochi veicoli, moltissimi autostoppisti e carretti a cavallo anche in autostrada. Le silenziose zanzare della sabbia capaci di farti credere di avere la varicella. Tanta bellezza accumulata e il classico incidente di percorso che rischia di minare un intero viaggio.

Sono sull’Autopista (autostrada) al calar delle luci quando un poliziotto della stradale fa cenno di accostare. Vuoi la sorpresa, ci si dimentica di tirare il freno a mano e così ha inizio la telenovella. Il ligio agente ci fa presente che in caso di contravvenzione si perderebbe la caparra di 200 euro all’autonoleggio. Sarà vero? Non ne ho idea. Però è strano che dopo neanche due minuti gli stiamo così simpatici da meritarci una simile attenzione. Veniamo tenuti più di mezz’ora sul ciglio della strada sentendoci ripetere una costante tiritera in stile – io non vorrei farvi la multa, ma devo a meno che… –. Altro non aggiungo se non che non ci è stata fatta alcuna multa, mentre lui se n’è tornato a casa soddisfatto (prassi questa molto reiterata con le macchine dei turisti). Unico episodio spiacevole.

Qualche "problemino anche sulla strada del ritorno. Avvisati il giorno prima della cancellazione del volo (nonostante uno sciopero pazzesco andasse avanti da parecchio tempo), riusciamo a decollare con un solo giorno di ritardo destinazione Mosca (undici ore mezza di volo da l'Avana) e non Parigi, lì attendiamo quattro ore e quindi altre tre ore nel cielo per raggiungere Venezia. Un'odissea vera e propria. A dir poco esasusto e in condizioni fisiche assai precarie, continuo a ripetermi che d'ora in avanti mi concederò viaggi meno impegnativi. La bugia durerà poco anche se nemmeno una volta rientrato comprenderò appieno cosa mi stia crescendo dentro. Ancora ignoro che il mio viaggio sia ancora all'inizio.

Cuba è già alle spalle. Ogni giorno che passa mi sento sempre più stanco. Forse sto ancora girando per il mondo. Forse non sono mai davvero atterrato in Russia. Il velivolo dell'Areoflot ha gironzolato attorno alla Florida e poi mi ha fatto smontare chissà dove. Ma che sta succedendo? Non è solo il ricordo dell'orizzonte. Non è il sapore del pollo mangiato dentro un ananas a l'Avana sul Malecon (il lungomare) e non è nemmeno la meraviglia nell'avere ammirato i cavalli ovunque in un mondo traboccante di verde. Scopro i miei sogni scandagliare quanto appena vissuto. E rifarlo. Ancora e ancora. Più di quanto avrei mai potuto immaginare.

Oggi sono di nuovo lontano da lì, domani vorrei saperne di più.

Cuba, l'Avana © Luca Ferrari
Cuba, l'Avana - Museo de la Revolucion:
(da sx) Che Guevara, Fidel Castro e Camilo Cienfuegos © Luca Ferrari
Cuba, un delizioso piatto a l'Avana © Luca Ferrari
Cuba, lo sconfinato verde di Vinales © Luca Ferrari
Cuba, il mare cristallino della Baia dei Porci © Luca Ferrari
Cuba, musicisti a Trinidad © Luca Ferrari
Cuba, l'arrivo a Santa Clara © Luca Ferrari
Cuba, le palme di Cayo Guillermo © Luca Ferrari

mercoledì 15 ottobre 2014

L'avanzata dei mercatini di natale

Mercatino di natale nel meranese (Bz)
Anteprima altoatesina a Merano e nei paesi limitrofi per scoprire l'impareggiabile magia dei mercatini di natale.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – content writer

Cantastorie. Zampognari. Specialità culinarie. Artigianato locale. Degustazioni. Rispetto ambientale. Mostre di presepi. Quiete. Viaggio nel meranese per l'anteprima della festa più amata dell'anno, passando dalla Foresta natalizia di Lagundo a un bagno di magia sotto la Polvere di Stelle a Lana. Dal fiabesco Castel Tirolo insieme al proprio “zoo di carezze”, seguendo la strada verso il “mercatino in stalla” nel maso Bachguterhof di Lagundo e poi farsi rapire dall'atmosfera di San Martino in Val Passiria.

Si comincia da Merano, dove i Mercatini apriranno il 27 novembre e resteranno sulla Passeggiata lungo il fiume Passirio fino al 6 gennaio 2015. Quest’anno saranno illuminati da una “luce verde”. L’Ecoistituto Alto Adige ha infatti riconosciuto ai mercatini la certificazione Green Event poiché anche l’Avvento sia vissuto rispettando l’ambiente. In Piazza Terme inoltre, i visitatori potranno cenare all’interno di gigantesche sfere natalizi.

Un modo davvero speciale di celebrare l’Avvento sarà visitare la Foresta natalizia del famoso birrificio Forst di Lagundo. Un mercatino natalizio questo dove saranno anche raccolti fondi per l’Onlus “L’Alto Adige aiuta”. La “Foresta” sarà aperta dal 26 novembre fino al 6 gennaio 2015, da mercoledì a domenica h. 10-22, mentre il Felsenkeller, il posto dove nelle antiche cantine nel 19° secolo erano conservati i blocchi di ghiaccio per il raffreddamento del mosto accoglierà gli ospiti, da giovedì a domenica (sempre 10-22).

L’apertura del Felsenkeller rappresenta la novità di questa seconda edizione della Foresta natalizia e gli ospiti potranno assaporare le prelibatezze gastronomiche preparate da Luis Haller, cuoco stellato Michelin, che offrirà un menù di 5 portate durante uno speciale evento gastronomico. Nel corso di una “Passeggiata birraia” infatti, i partecipanti potranno assistere al processo di produzione delle speciali birre Forst e spillare direttamente dal serbatoio del deposito una delle birre per degustarla nel Felsenkeller.

Un altro mercatino che durerà per tutto il periodo natalizio è Polvere di Stelle, a Lana, la cui inaugurazione è prevista il 29 novembre alle h. 17 in piazza Municipio. Questi occuperà tutta la zona pedonale e le bancarelle saranno aperte da venerdì a domenica nella fascia oraria 10-19.30, tranne per la vigilia di Natale in cui chiuderanno alle 12.30. Polvere di Stelle offrirà ai visitatori stand con specialità natalizie e autentico artigianato sudtirolese, oltre a un’atmosfera speciale creata dagli alberi addobbati con sfere rosse di vetro e dalle vie del centro abbellite con stelle e decorazioni. Quando poi inizierà a fare buio, la luce d’Avvento di Herward Dunkel, designer della luce, metterà in risalto gli edifici più belli di Lana.

Anche il Mercatino di Lagundo resterà aperto per tutto il periodo delle feste, dal 28 novembre fino al 4 gennaio 2015 con i seguenti orari: venerdì h. 16-20, sabato e domenica h. 10-20. Trattasi di un mercatino molto particolare, adatto a chi desidera stare lontano dai luoghi affollati, per godersi la magica atmosfera tra bancarelle ornate a festa e idee-regalo.

Spazio anche ai mercatini da fine settimana, primo dei quali è quello di Castel Tirolo che, dal 6 all’8 dicembre ospiterà diversi concerti natalizi nella Cappella del Castello e una mostra di presepi del Tirolo e di altri paesi del mondo. La Sala dei Cavalieri invece, sarà l’area espositiva degli artigiani locali che presenteranno alcuni antichi mestieri, come la lavorazione del feltro e l’utilizzo del tornio, la filatura e la tintura della lana. Nelle due giornate di mercatino inoltre, sono previste attività di animazione per i bambini, che potranno anche divertirsi nello “Zoo delle carezze” con pecore, asinelli e musica natalizia con bande di strumenti a fiato.

Imperdibile poi il Mercatino di Natale in Stalla che si svolgerà nei giorni 7/8 e 14/15 dicembre presso il maso Bachguterhof di Lagundo dove, dalle 10 alle 19, sarà possibile acquistare prodotti dell’artigianato artistico e tradizionali addobbi natalizi. La musica accompagnerà i visitatori creando un’accogliente atmosfera.

Nel pittoresco vicolo Dorfgasse e nella piazza del paese di San Martino in Val Passiria infine, sarà un Natale d’incanto nei giorni 6/8, 13/14 e 20/21 dicembre. Una dimensione fatta di cantastorie, saghe d’Avvento, mostra di presepi, corteo di fiaccole e un teatro di burattini per bambini insieme a tanta musica di arpe, zampogne e cornamuse. Dall’11 al 14 dicembre ci sarà l’Avvento contadino di Scena, nell’antica cantina di Torgglerhof, che esporrà, mettendoli in vendita, oggetti di artigianato artistico.

Merano, si cena nelle sfere natalizie © Luca Ferrari
Castel Tirolo, mostra dei presepi © Luca Ferrari
la Foresta di Natale

mercoledì 1 ottobre 2014

Merano, la cura dell’uva

Grapppoli d'uva nel meranese (Bz)
C'è uva e uva. Da gustare in calice, o mangiare per un miglior benessere fisico. Per informazioni, recarsi nella placida Merano.

di Luca Ferrari

Alto Adige terra di vendemmia e vini di qualità. C'è di più. Appesi ai grappoli non vi è solo piacere ma anche salute. Da oltre un secolo le genti di Merano (Bz) e dintorni infatti, utilizza l'uva per grandi benefici fisici a cominciare dal miglioramento della digestione, la purificazione del corpo e degli organi dell’apparato digerente e urinario, quindi l’aumento delle funzioni epatiche e di quelle della cistifellea.

Per far si che la “cura dell’uva” dia i risultati sopracitati, bisogna seguire accorgimenti specifici, a cominciare dal tipo di uve, che dovranno essere quelle del vino Schiava (Vernatsch), mature e raccolte ogni mattina dal vitigno. Una volta lavata, la frutta andrà mangiata a digiuno, masticando lentamente chicco dopo chicco, così da sminuzzare la buccia ricca di vitamine A, B e C. Dosi suggerite dai trecento grammi a 1 kg due volte al giorno prima di colazione, e nel pomeriggio o prima di cena, il tutto seguito da una passeggiata.

Una qualità questa cui anche le rinomate terme del comune altoatesino si sono ispirate, realizzando impacchi con crema all’uva fresca, bagni con mosto d’uva freschi, olio di semi d’uva per massaggi alla schiena, massaggi viso all’uva con timbri al vapore e altro ancora. Come se quanto già narrato non fosse già abbastanza, tra le altre qualità dell'uva vi è anche quella contro l’invecchiamento della pelle

Merano (Bz), vigneti

martedì 9 settembre 2014

Chianti Classico, la vendemmia

Poggio Regini (Si), vendemmia © Luca Ferrari
Viaggio nella campagne senese di Castellina in Chianti per la millenaria festa della vendemmia. Armato di forbice, si sale e scende tra grappoli e vigne.

di Luca Ferrari

Su e giù per le viti a "mietere" vino di prima qualità. Fra le vene veraci e pulsanti del Chianti. Nella tenuta Poggio Regini. Attorno a succosi grappoli d’uva. Accanto alla quarantennale storia agreste di una famiglia. La terra inzuppa le scarpe. Il sole ritocca le gote. La geometria naturale di delicati acini verdi e bluastri scatta istantanee di passione immortale.

Abbandonata le sempre troppo affollate autostrade del nord, la superstrada Firenze – Siena mi appare come un ponte verso il paradiso. So che dovrò avere ancora un po’ di pazienza prima della mia uscita a Monteriggioni (Si). Lì potrò fermare il veicolo e farmi inghiottire dai verdi declivi. Nel territorio di Castellina in Chianti, in provincia di Siena, i proprietari della casa vinicola Poggio Regini mi stanno aspettando per un indimenticabile viaggio nel mondo della vendemmia.

Entrare nella campagna toscana, è come ricevere un abbraccio che ti carezza. Ti vizia, e non vorrebbe più lasciarti andare via.

L’incontro è cordiale. Maurizio, il più giovane della famiglia, m’introduce nella loro tenuta. Diciotto ettari di cui dodici coltivati a viti che produrranno poco meno di ottocento ettolitri di vino e daranno vita a Chianti Classico e Vin Santo. Per arrivare a ciò, in una settimana una parte sarà vendemmiata manualmente, un’altra con la macchina. Otto ore al giorno. 

“Nella vendemmia prima si stacca il grappolo, poi c’è la raspatura che consiste nel separare l’acino dal raspo”, mi spiega, “quindi, la pigiatura del chicco in modo da schiacciare e favorire l’estrazione di tannini e prendere tutto quello che c’è nella polpa e nella buccia. Una volta messa l’uva nel timo (vasca), si aggiungono lieviti in modo favorire una buona fermentazione”.

Terminata la raccolta dei grappoli, la vigna inizia il suo riposo vegetativo. Con l’arrivo dei freddi, fra novembre e dicembre, comincia la potatura. “È  una zona fortunata questa dal punto di vista climatico”, spiega il titolare, “l’unico grande nemico è la grandine. Per il resto, con un’attenta cura antiparassitaria non si corrono rischi”.

I giovani vendemmiatori intanto, sotto l’esperta guida dell’anziano della famiglia, tagliano e raccolgono. Ogni tanto si sente un tonante “No, quella vite”, e subito scatta la risata. Qualche dea della fertilità se ne sta in disparte. A osservare. A sorridere soddisfatta mentre gli esseri umani lavorano e celebrano una delle sue più apprezzate creature.

Verso mezzogiorno, tutti a tavola. A condividere un sontuoso pranzo (pasticcio di verdure, cinghiale arrostito cacciato dal nonno pochi giorni prima) ci sono, oltre ai vendemmiatori, tre generazioni di cultura contadina. Per un momento esco dal quadro a tinte calde e sbircio nel tangibile orizzonte. E quel fiore, che si sporge verso la brezza chiantigiana, sembra riassumere tutte queste vite. Un germoglio che continua a sbocciare.

Poggio Regini, la vendemmia © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si) © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), viti © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si) © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), grappolo d'uva © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), grappolo d'uva © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), vendemmiatori in azione © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), il frutto del raccolto © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), il frutto del raccolto © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), vendemmia © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), vendemmia © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), vendemmia © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), uve © Luca Ferrari
Poggio Regini (Si), campagna senese © Luca Ferrari