mercoledì 29 gennaio 2014

Seattle Seahawks, un pubblico da Super Bowl

Seattle, lo Space Needle con la bandiera dei tifosi dei Seahawks © Rod Mar
Una città in festa. La franchigia NFL dei Seattle Seahawks gioca il Super Bowl. A celebrare il traguardo, una speciale pizza preparata da tifosi italiani.

di Luca Ferrari

“Tutti erano in festa, ma educati e tranquilli” racconta l’italiana Silvia Da Re appena uscita dal Century Link Field di Seattle, dopo la vittoriosa partita dei Seahawks sui 49ers, “Anche i pochi fans della squadra avversaria erano in mezzo alla folla di casa. Tranquillissimi, e con bambini. Adesso aspettiamo il Super Bowl”.

Non sarà una città particolarmenrte famosa per le imprese dei suoi gladiatori sportivi, però Seattle adesso è a un passo dal conquistare uno dei titoli più ambiti dello sport americano, il Super Bowl di football. Dall’anno della sua fondazione (1975), una sola volta i Seahawks (Falchi di mare) sono arrivati all’ultimo atto, nel 2006, quando il sogno svanì per mano dei Pittsburgh Steelers che al Ford Field di Detroit  s’imposero 21-10.

Oggi siamo al 2014, e domenica 2 febbraio i campioni della National Football Conference, i  Seattle Seahawks, voleranno dall’altra parte del continente, destinazione MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey), per sfidare i campioni dell’American Football Conference, i Denver Broncos, clienti già più abituali nella sfida di Superbowl. I “cavalli selvaggi” sono infatti giunti sei volte all’appuntamento per il titolo, perdendo in quattro occasioni (1978, 87-88 e 90) e vincendone due nel biennio 1998-99.

Nella finale della Conference Championship giocata dai Seattle Seahawks tra le mura domestiche del Century Link Field contro i San Francisco 49ers (piegati 23-17), la città del Nordovest è stata un autentico tripudio di numeri 12 blu stampati ovunque. Dai cortili di casa al celeberrimo simbolo della città, lo Space Needle.

Un numero questo che sta a indicare il dodicesimo giocatore in campo, ossia i fan della squadra, capaci di farsi sentire a tal punto da essere in grado di fare la differenza per il sempre più gioioso e caloroso incitamento. Non è un caso che siano considerati il pubblico più rumoroso del mondo in uno stadio senza copertura. La tradizione di far sventolare una gigantesca bandiera allo stadio nelle gare interne risale al 12 ottobre 2003 in occasione di una gara proprio contro i 49ers.

E tra le migliaia di membri del 12° uomo c'è anche Silvia, da qualche anno residente a Seattle insieme al marito Giovanni. La coppia veneta insieme ad altri amici italiani non si è fatta sfuggire l’occasione di vivere l’incredibile atmosfera di questa epica partita, per di più condivisa insieme ai simpatici e scatenati drummers (suonatori di tamburo) dei Seahawks.

E quando l’accesso al Super Bowl era ormai diventato realtà, che la festa abbia inizio. E per celebrare a dovere, niente di meglio che una gigantesca e succulenta pizza farcita di olive verdi con le suddette a formare il numero 12 sul rosso del pomodoro e un bell’effetto tricolore. I Broncos sono avvisati. A tifare nel 12° uomo dei Seattle Sehawks fan, ci sono anche gl’italiani.

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Seattle e  lo stadio Century Link Field  © Rod Mar
Seattle, go Hawks
Seattle, lo stadio Century Link Field 
Seattle, il pubblico entra al Century Link Field © Silvia Da Re
Seattle, tra i tifosi dei Seahawks ci sono anche italiani
Century Link Field, le cheerleader Sea Gals e la mascotte pennuta Blitz
Seattle, il calore del 12° uomo al Century Link Field © Dan Poss
Seattle, il 12° uomo incita i Seahawks
Seattle, la gioia del 12° uomo al Century Link Field © Jeff Marsh
Seattle, i tambureggiatori dei Seahawks © Silvia Da Re
Seattle, la pizza made by Italy per la vittoria dei Seahawks © Silvia Da Re

lunedì 27 gennaio 2014

La memoria non rende liberi

L'entrata del campo di concentramento di Auschwitz © Wikipedia
Aggiornate la Memoria, l’orrore è continuato nei modi più subdoli e assassini. Abbiamo aperto i cancelli di Auschwitz solo per scattare qualche foto.

di Luca Ferrari

Prima la clava, poi la bomba atomica. Oggi un campionario d'ingegno capace di spaziare tra mine antiuomo, tortura, ricatti politico-economici, etc. Oggi intanto, 27 gennaio 2014, una parte di mondo si appresta a celebrare un nuovo Giorno della Memoria. Ma se il presente fallisce ripetutamente il sorpasso evolutivo col passato, ogni idea di vera libertà è solo una terra dimenticata e senza più vita.

Dalle origini dell’Umanità il mondo è stato costellato di orrori d’ogni genere. Con la “scoperta” dei campi di sterminio in Germania il mondo pensò di aver visto abbastanza e provò a dire basta. Credette di aver detto basta. La triste cronaca dei decenni successivi narra invece del continuo sprofondare in un lugubre abisso di guerre (ufficiali e non), ridicolizzando il concetto dei diritti umani e ciò che è peggio, con la sistematica complicità della Comunità Internazionale che ha ignorato per convenienza il grido lancinante dei popoli più disparati.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa scoprirono il campo di concentramento della città polacca di Auschwitz. Oggi è il 27 gennaio, il cosiddetto Giorno della Memoria. Sarebbe più corretto dire il Giorno della Memoria Ebraica. In questo giorno infatti vengono commemorate le vittime del nazismo, dell’Olocausto e di tutti coloro che si sono battuti per difendere i perseguitati di quella tragica epica.

Dopo l'epopea dei genocidi tramandati come Colonialismo, oggi i governi occidentali, spacciatisi per esportatori di pace, hanno creato distruzione, morte e alimentato il terrorismo. Cina e Russia hanno sempre più stretto le maglie delle rispettive dittature. In prigioni segrete e conosciute è stata praticata e lo è tutt’ora la tortura. L’annientamento dell’uomo è continuato in modo ancora più aberrante a dispetto di fantomatiche risoluzioni sui diritti umani.

Il passato consente di farci sentire fieri di ciò che non esiste più. Insistere a guardare solo un passato che non potrà più ripresentarsi ci offre l’alibi di poter ignorare ciò che è accaduto altrove e sta accadendo ora, e ovunque. Ne è tragicamente l’emblema il governo di Tel Aviv che continua a far pagare al popolo palestinese le colpe dei nazisti senza che nessuno osi fare qualcosa di concreto temendo da parte d’Israele accuse antisemite.

No, nel 2014 c'è bisogno di qualcosa di più di un Giorno della Memoria. Il Giorno della Memoria deve essere dedicato a tutti i popoli del mondo. Nella Giornata della Memoria debbono essere ricordate tutte le vittime innocenti. Ebrei, palestinesi, ceceni, tibetani, siriani, congolesi, vittime di mafia, emarginati in fuga dalla guerra e dall’orrore. Tutti, nessuno escluso.

Almeno un giorno all'anno tutti dovrebbero sentirsi uguali. Uguali, almeno nella memoria del dolore.

Srebrenica (Bosnia), le tombe del genocidio

sabato 25 gennaio 2014

Treviso, le Magie dell’India

Rama Sita e Lakshmana in esilio (1810-15), miniatura stile kangra - Rajasthan, India settentrionale
Treviso porta d’Oriente. A Casa dei Carraresi fino al 31 maggio è di scena la mostra Magie dell’India. Dal Tempio alla Corte, capolavori d’arte indiana.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Pennellate e bassorilievi. Sacro e profano. Scuole e contaminazioni. Divinità hindu e religioni importate. L’arte amatoria del Kamasutra e l’opulenza dei sovrani. Dal Kahsmir al Rajasthan, passando per il Punjab e le mille latitudini del subcontinente, l’India si racconta nelle opere dei suoi artisti. A Treviso è di scena la mostra Magie dell’India. Dal Tempio alla Corte, capolavori d’arte indiana (26 ottobre 2013 – 31 maggio 2014).

Inizia il viaggio. Un percorso millennario. Scultura. Pittura. Sartoria. Artigianato, fino alle più moderne stampa e fotografia. Testimonianze provenienti da importanti collezioni museali e private. L’India si racconta. L’India si rivela tra divino e carnale. A Treviso, presso Casa dei Carraresi, è sbarcata la mostra Magie dell’India. Dal Tempio alla Corte, capolavori d’arte indiana.

C’è l’India che parla attraverso lo sfarzo dei suoi reali. C’è quell’India che si mescola alla Grecia. C’è l’India attraversata dagli esploratori veneziani. Per la prima volta in Italia una rassegna di opere d’arte indiana dal II millennio a.C. fino all’epoca dei Maharaja. L’esposizione, visitabile fino a sabato 31 maggio 2014, è stata da curata dal giornalista-scrittore Adriano Madaro, l’esperta indologa Marilia Albanese, l’esperto d’arte indiana Renzo Freschi e gli architetti Marco Sala e Giovanna Colombo.

“Non erano certo mancate dal dopoguerra a oggi mostre di grande spessore e fascino su diversi aspetti della cultura dell’India” scrive Marilia Albanese, “ma non era ancora stata allestita un’esibizione che spaziasse dalle origini ai giorni nostri, raccogliendo reperti di diversa provenienza e osando accostare sacro e profano”.

Il percorso della prima parte della mostra (India Classica, II millennio a.C – XVII sec.) comincia con opere di natura religiosa autoctona (Hinduismo, Buddhismo, Jainismo e Sikhismo), per poi passare a quelle importate dei Parsi, Cristianesimo e Islam. Ulteriore e fondamentale step, la sala che tramanda il legame tra la cultura indiana e quella ellenica, sfociata nella corrente artistica del Gandhara.

Il divino ha sempre avuto (e ha tutt’ora) un’importanza fondamentale nella cultura indiana. Doveroso dunque dedicare sale specifiche alle divinità hindu. Tra queste: Devi (la dea nelle sue varie forme ma anche come principio supremo femminile di potenza), Shiva e Vishnu, compresi i suoi dieci avatara, o incarnazioni provvidenziali sulla Terra, tra cui Rama e Krishna.

Spazio poi al lato umano. Carnale, sarebbe meglio dire. L’arte erotico-amatoria. Miniature e dipinti narrano il Kamasutra, testo redatto da Vatsyayana nel III sec. d.C. Sono sette invece le sale dedicate allo sfarzo dei Maharaja. In perfetta sintonia con l’opulenza dei sovrani indiani, si trovano tutti quegli elementi che narrano di vite sfarzose, in particolar modo tendaggi e tappeti. Non mancano ovviamente colorate miniature e dipinti, quindi testi sacri e profani, armi varie, armature e gioielli. 

Questi ultimi rappresentano un autentico valore aggiunto. Creazioni dei migliori artigiani con esposti pezzi pregiati della dinastia moghul, casata musulmana regnante in India tra il XVI e il XIX secolo. A chiudere il percorso, sgargianti sete, statue delle divinità più sinuose e gli arazzi più pregiati, quindi le fotografie di fine XIX secolo/ inizio XX sono un’ulteriore testimonianza in cui immergersi.

Tappa finale della mostra, i rapporti tra Italia e India. Dai primi contatti in epoca Romana ai celebri veneziani, l’esploratore Marco Polo e il medico Nicolò Manucci.

“Ricordo ancora l'emozione del mio primo viaggio in India nel 1971" scrive il cuatore Renzo Freschi, "l’India con le sue mille chiavi di lettura, con le sue mille porte che si aprono a seconda del viaggiatore. Del turista che si inebria di profumi e colori, del mercante che si confronta con colleghi di millenaria abilità. Di chi cerca il cammino della Conoscenza e trova innumerevoli maestri”.

Oggi, nel 2014, nuove porte sono pronte per essere aperte. Ognuno vedrà qualcosa di differente. Toccherà l’ispirazione e la storia che ha contrassegnato i molteplici e diversificati passi pell’arte indiana. Treviso, avamposto occidentale per scoprire l’Oriente d’India. L’opera dell’uomo prende per mano, e in un attimo le distanze scompaiono. La terra si fa ponte. La preghiera amplifica lo spazio. Il viaggio è appena agli inizi.

la mostra Magie dell’India. Dal Tempio alla Corte, capolavori d’arte indiana
Il maharana Amar Singh II e una concubina,
tempera su carta (Rajasthan meridionale, scuola Mewar, 1698-1710)
Il maharana Ari Singh spara a due cinghiali, tempera su carta (Rajasthan meridionale, scuola Mewar, 1762)
I 635 fogli di al Qur’an, Il Corano (Kashmir, XVIII sec.)
da sx: Ganesha (X/XI sec., arenaria, India centrale), Parvati (XV sec., stile di Vijayanagara, bronzo, India meridionale) e Maitreya (I/III sec. d.C., scisto, regione del Gandhara)
Il sultano Ala-ud-din Khilji leva l’accampamento (1815/1820, miniatura, colline del Panjab)

giovedì 23 gennaio 2014

I sapori ittici del Lido di Venezia

Lido di Venezia, frittura di pesce © Luca Ferrari
Viaggio culinario al Lido di Venezia. Passeggiando da un capo all’altro dell’isola tra spiaggia e Murazzi. Assaporando il pesce delle ricette marinare.

di Luca Ferrari

Il pesce domina tra i sapori del Lido di Venezia. Da San Nicolò a Malamocco, l’isola lagunare è una continua scoperta di scorci naturali e ricette. Il viaggio inizia sull’acqua, e dove se no. Niente battello via Canal Grande ma una prospettiva differente. Imbarcatomi al Tronchetto sul ferry boat (volgarmente linea 17), posso dominare al meglio il panorama salendo al primo piano dell’ampia imbarcazione su cui, per chi non lo sapesse, c’è posto anche per gli automezzi. Destinazione unica, il Lido di Venezia. Nessuna fermata intermedia.

Dopo le prime “falcate marine”, si entra nel Canale della Giudecca costeggiando il Molino Stucky. Superate poi la Chiesa del Redentore, l’isola di S. Giorgio e la Punta della Dogana, ecco apparire sulla sinistra Piazza S. Marco e Palazzo Ducale. Resta l’ultimo tratto di laguna veneziana prima di scendere al Lido.

Una traversata di poco più di mezz’ora e smonto a S. Nicolò, d’estate zona balneare con stabilimenti a pagamento e ampie porzioni di spiaggia libera. Il mio primo step culinario inizia proprio in questa zona, alla Trattoria La Battigia all’incrocio tra via Nicosia e via P. Orseolo, una tra le mete più apprezzate dal pubblico della Mostra del Cinema.

Le bolge veneziane sono ormai un lontanissimo ricordo. Qui ora, al Lido, sono immerso nel verde difeso strenuamente dalla popolazione. In sequenza provo succulenti porzioni di peoci al sugo, gnocchi con seppia, spaghetti col nero di seppia e per finire una soffice e profumata frittura di pesce (gamberi, calamari, seppie, etc.)

Passeggiando per il dedalo di viuzze del Lido, la giornata assolata mi spinge a entrare all’altezza del Blue Moon direttamente in spiaggia e iniziare un lungo assolo sabbioso. Lungo la battigia passo per gli stabilmenti (ora chiusi) di Des Bains, Consorzio, Quattro Fontane e via via gli altri fino a cambiare decisamente scenario (mare a parte), facendo il mio ingresso nel regno dei Murazzi.

Scogli, vegetazione selvaggia e dighe in pietra. C’è sempre qualcuno che prende il sole. Avvicinandomi sempre più alla quasi estremità settentrionale dell’isola, saluto il mondo naturale e rientro nella società nel borgo di Malamocco, camminando fino a Rio Terre Mercerie dove ad attendermi ci sono i gustosi cicchetti del bar Trattoria Ponte di Borgo tra baccalà mantecato o alla  vicentina, canocchie, sarde in saor e altre delizie.

Il viaggio di ritorno mi chiama. Passo alla strada principale. La grande arteria che attraversa tutto il Lido di Venezia. Ma prima di riprendere la strada verso chissà dove, mi concedo quale intenso minuto davanti alla laguna. Society, you’re crazy breed Hope you’re not lonely without me - Società, sei una razza strana/Spero non ti sentirai sola senza di me.

Venezia, l'approdo del ferry boat al Tronchetto © Luca Ferrari
Venezia, il ferry boat in manovra © Luca Ferrari
Venezia, il Molino Stucky © Luca Ferrari
Lido di Venezia, gnocchi con seppia © Luca Ferrari
Lido di Venezia, antipasto di pèsce © Luca Ferrari
La spiaggia fronte Mare Adriatico del Lido di Venezia © Luca Ferrari
I murazzi del Lido di Venezia © Luca Ferrari
Lido di Venezia, canocchie (canoce) © Luca Ferrari
Lido di Venezia, l'antico borgo di Malamocco © Luca Ferrari

mercoledì 15 gennaio 2014

Salviamo le api, adotta un alveare

ape al lavoro sull'arnia
Anche la Provincia di Venezia scende in campo a sostegno dell’apicoltura, aderendo all’iniziativa nazionale “Salviamo le api, adotta un alveare”.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Dolce, delicato. Il miele. Preparato da millenni dalle api, oggi i suoi piccoli artigiani sono sempre più in pericolo in Italia. A lanciare l’allarme, l’associazione senza scopo di lucro Turincity con l’iniziativa “Salviamo le api, adotta anche tu un alveare” a cui ha aderito anche la Provincia di Venezia, una realtà questa dove sono attivi oltre 200 apicoltori con una produzione annuale di miele di 3000-3500 quintali.

“Negli ultimi anni la popolazione delle api ha registrato un notevole declino” ha spiegato l’Assessore all’Agricoltura, Lucio Gianni, “senza le api la nostra agricoltura sarebbe gravemente danneggiata e con un’impollinazione quasi assente ci sarebbe la scomparsa di molte specie vegetali e il crollo della produzione ortofrutticola”

“La Provincia di Venezia è molto attenta alla salvaguardia di questo importante comparto della nostra agricoltura” ha poi proseguito, “non solo per la valenza ambientale ma anche per le potenzialità di una particolare produzione tradizionale della laguna veneziana.  Anche nella nostra provincia infatti, pur in presenza di un’apicoltura ristretta dovuta alle caratteristiche del territorio, abbiamo un prodotto unico: il cosiddetto “miele di barena”, prodotto tradizionale riconosciuto, caratteristico e particolare poiché prodotto solo nelle aree lagunari dal fiore della “fiorella” (limonium)”.

Per partecipare all’iniziativa Salviamo le api - Adotta anche tu un alveare, bisogna effettuare una donazione di almeno 145 euro. Così facendo  si acquisterà un’arnia dove sarà applicata l’etichetta con il nome e cognome del donatore. L’associazione Turincity fornirà cinque chili di miele all’anno per la durata di cinque anni.

I fondi raccolti saranno destinati all’acquisto di arnie per ospitare nuove famiglie di api il cui miele sarà destinato ad alimentare una vera e propria catena di solidarietà a favore della popolazione delle api.

Salviamo le api, adotta un alveare
Salviamo le api, adotta un alveare
Api in arnia © Luca Ferrari
Vasetti di miele © Luca Ferrari

martedì 14 gennaio 2014

Göteborg, Walk of Life

Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Viaggio nella Svezia meridionale, a Göteborg. Votata dalla Commissione Europea la città più “a misura di disabili” per l’anno 2014.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Quartieri pedonali e ciclabili. Parchi, orti botanici, tram made in Italy. Refoli del Mare del Nord. Situata nella contea di Västra Götaland e collocata nella provincia storica del Västergötland, nella Svezia meridionale, la città di Göteborg mi attende. Dall'esperienza vissuta per il magazine online il reporter, il mio primo servizio.

Nord Europa con ispirazione indonesiana via Orange. In una parola, Göteborg, la porta dell’arcipelago occidentale di Svezia. Fondata da re Gustavo II Adolfo e realizzata sul modello di Giacarta dagli Olandesi, già esperti di canali, acqua e fango, la città svedese ha sempre rappresentato un punto strategico trovandosi a metà strada tra la capitale norvegese Oslo e quella danese Copenaghen.

Padre del fondatore della città fu Carlo IX, di cui una gigantesca statua equestre in bronzo e rame mi dà il “là” per l'inizio di questo nuovo reportage. Il monumento domina la Kungportsplatsen (letteralmente significa piazza King's Gate, dall’omonima porta), e venne costruita nel 1852 quando il Cancello era circondato da un fossato.

Non solo gli olandesi investirono nella città svedese, ma anche tedeschi, inglesi e scozzesi. Göteborg ha sempre beneficiato della generosa intraprendenza europea. “Ospedale, università”, spiega la guida Anna Melin mentre guida i miei primi passi nel centro cittadino, “qui la maggior parte delle strutture pubbliche sono state realizzate grazie a generose donazioni”.

Parchi verdi e giardini botanici sono una costante. Me ne accorgo subito costeggiando uno dei tanti canali navigabili, con una particolare attenzione alle piste ciclabili e zone pedonali. Secondo le statistiche comunali, ogni abitante della città dispone di 175 mq di spazio verde. Non di meno, sono molti i rilassanti Caffè dove servono colazioni continentali ed europee.

Passeggio per la Haga Nygata, ricca di case d'epoca. Ancora qualche metro ed eccomi a Linnegatan, una strada di circa un chilometro nel quartiere di Haga, è dedicata al celebre botanico svedese Carl von Linné (Carolus Linnaeus, 1707-1778), uno degli scienziati più prominenti della Svezia nonché uno dei fondatori della scienza biologica grazie al suo sistema per classificare piante e animali.

Perpendicolare a quest'ultima c'è la Nordeskiolds – gatan (19-19) dove si trovano sette ristoranti italiani. Più in alto invece, ha sede il Naturhistoriska Museet, il museo più antico della città, al cui interno si trova una balena blu e dove, emulando le avventure del Pinocchio di Collodi, si può entrare dentro il gigantesco mammifero.

Non corro il rischio di sentirmi lontano da casa. I tanti e ordinati tram che attraversano Göteborg sono stati realizzati a Palermo, Napoli e Reggio Calabria. Faccio poi tappa in piazza Götaplatsen, casa del Göteborg Museum of Art. Di fronte c’è il dio del mare Poseidone, sontuosa opera realizzata dallo svedese Carl Milles (1875-1955), molto noto e affermato anche negli Stati Uniti. 

Le corolle floreali mi accompagnano con mano gentile sempre più avanti. A pochi passi dal Rosenbergs Teatern, trovo la scultura Non Violence, la cui originale si trova a New York davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. L'opera raffigura una pistola attorcigliata che non spara più, realizzata dell’artista svedese Carl F. Reutersward subito dopo aver appreso la notizia dell'assassinio del cantautore inglese e suo amico John Lennon.

Cammino fino ad arrivare al porto. Le raffiche eoliche si fondono nel mare tinteggiato dal sole. La grande ruota panoramica aspetta i suoi passeggeri. Indugio nell’orizzonte. Pochi minuti ancora e potrò imbarcarmi verso l'Eriksbergshallen. Ma questa è un'altra storia.

Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia), un tram made in Italy © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia), la fontana di Poesidone © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia), la scultura Non Violence di Carl F. Reutersward © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia), la ruota panoramica © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia) © Luca Ferrari
Göteborg (Svezia), l'imponente statua di Carlo IX © Luca Ferrari

giovedì 9 gennaio 2014

Lo strudel della Trattoria Lamm

Trattoria Lamm, fetta di strudel con panna © Luca Ferrari
Trionfo di golosa dolcezza. Soffici mele, pastafrolla e panna. All’antica Trattoria Lamm di S. Martino in Passiria (Bz) lo strudel è una pura squisitezza.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer

Sarà la semplicità di questo dolce. Sarà pure che ho sempre divorato mele in quantità industriale e sarà anche che in qualsiasi località altoatesina da me toccata ho sempre gustato almeno una porzione di strudel locale. Tanta voracità si, ma allo stesso tempo sempre condita da grandi aspettative, ampiamente ripagate all’antica Trattoria Lamm.

Una fermata imprevista si fa scoperta e di seguito meta fissa. Nel mio peregrinare di reportage in reportage, sbarcato in Val Passiria (Bz), tra una passeggiata in slitta equina a Plan e una discesa da Cima delle Anime, trovo il tempo di fare un piccolo break a S. Martino in Passiria (597 m s.l.m.), piccolo comune della Provincia autonoma di Bolzano a meno di 20 km da Merano.

Parcheggiato l’automezzo, mi ritrovo dinnanzi a un locale non comune. Sono alla Trattoria storica (Gasthaus) Lamm. Tavolini in legno esterno, ambiente rustico dentro. Sempre fuori, un pannello esplicativo con i cenni storici del locale in lingua tedesca e italiana. Un locale questo le cui prime notizie accertate risalgono al lontano XVII secolo.

Ognuno ha i suoi piatti preferiti. Non averli sarebbe come non avere un ideale di amore. E come per il più nobile dei sentimenti, è proprio quando non cerchi che incontri/trovi. Se in materia dolciaria l’Alto Adige mette sul piatto esimie prelibatezze come la Sacher o la torta al grano saraceno, nessuna per il sottoscritto regge il passo con quel dolce arrivato via Impero austro-ungarico, lo strudel.

La stessa regista Leone d'Oro Sofia Coppola, nella rivisitazione cinematgografica della Regina Maria Antonietta d'Asburgo Lorena (Marie Antoniette, 2006, con Kirsten Dunst nel ruolo della monarca), nel momento del suo arrivo in terra transalpina, questa viene sbeffeggiata dalle rivali di corte facendo leva proprio sul dolce simbolo austriaco: "da queste parti non si mangia lo strudel".

In Alto Adige invece se ne mangia assai, con tanto di festival a Bressanone. L’atmosfera alla trattoria Lamm è quella che i cittadini vorrebbero sempre trovare nelle realtà montane. Quiete e sapori tipici. A conferire ulteriore magia, il gorgoglio dell’acqua di una fontana in pietra davanti al locale. All’interno invece, eleganti miniature di cervi in ferro fanno da mini-candelieri sui tavoli.

Finalmente il tanto atteso momento, mi viene servita un'abbondante porzione di strudel con aggiunta (facoltativa) di panna.

Lì per lì il pensiero è quello di non riuscire a finirlo tutto. Ma questi dura giusto il tempo del primo assaggio, poi è puro piacere. E una volta "spazzolato" tutto quanto, domandarsi il perché volersi privare di una seconda fetta. Un’esperienza culinaria davvero notevole quella dello strudel alla Trattoria Lamm. Un dolcissimo viaggio che spero presto potermi regalare ancora.

S. Martino in Passiria (Bz), trattoria Lamm © Luca Ferrari
S. Martino in Passiria (Bz), trattoria Lamm © Luca Ferrari

Trattoria Lamm, fetta di strudel © Luca Ferrari
Trattoria Lamm, fetta di strudel © Luca Ferrari
Trattoria Lamm, candeliere © Luca Ferrari
Trattoria Lamm, fetta di strudel © Luca Ferrari
Trattoria Lamm, fetta di strudel con panna © Luca Ferrari